©Vita Nostra 2001, anno 41, n.08, domenica 25 febbraio 2001, p. 5
4 marzo: festa di "Eid ul-Adha" per i musulmani
la "Festa del Sacrificio"
Riti e significato del pellegrinaggio islamico
di Antonio Pinna
Il prossimo 4 marzo 2001 ricorre i musulmani celebrano la "Festa del Sacrificio". L’Islam ha due feste religiose principali. La prima si chiama Eid ul Fitr (festa dell’interruzione del digiuno) e ricorre alla fine del mese Ramadan. Di essa abbiamo già parlato in questo settimanale (cfr Vita Nostra, domenica 3 dicembre 2000). La seconda ricorre durante il tempo del pellegrinaggio annuale alla Mecca, due mesi e dieci giorni dopo la fine di Ramadan. Dura una settimana e il suo punto culminante è la festa conosciuta come Eid ul-Adha, festa del Sacrificio (o del "legamento" di Ismaele). Il pellegrinaggio comporta alcuni riti che simbolizzano i concetti essenziali della fede islamica, e commemorano le prove superate del profeta Abramo e della sua famiglia.
Abramo è una figura molto venerata fra i Musulmani, così come fra i Giudei e i Cristiani. Egli è considerato il patriarca del monoteismo. Sviluppando i testi della Bibbia in un modo che si assomiglia al midrash ebraico, i musulmani raccontano che Agar, dopo essere stata lasciata da Abramo lontano dalla moglie Sara (cfr Genesi, cap. 21), era preoccupata di trovare cibo per il suo figlio Ismaele, e si aggirava per il desero in cerca di cibo e acqua per il suo figlio. In risposta alle sue preghiere, una sorgente zampillò proprio ai piedi di Ismaele. Continuando a cercare cibo, era salita in cima a una collina vicina per vedere se qualche carovana passava per quei luoghi. Fortunatamente, alcuni commercianti si fermarono nella valle e chiesero ad Agar di poter dissetare i propri cammelli. Essi poi decisero di stabilizzarsi nella valle, e il loro insediamento crebbe con il tempo fino a diventare la città della Mecca. Abramo tornava di tanto in tanto a visitare Agar e Ismaele, e quando il ragazzo ebbe tredici anni, costruì la Ka’ba, un costruzione a forma di cubo, come luogo dedicato al culto dell’unico Dio.
Per commemorare le prove superate da Abramo e dalla sua famiglia presso questa località, i musulmani partecipano, almeno una volta in vita, al pellegrinaggio annuale alla Mecca. Queste prove di Abramo includono la disponibilità del patriarca ad offrire il suo figlio a Dio. Trattandosi di un racconto di tipo "eziologico" (che intende dare senso alla situazione presente del popolo), per i musulmani il figlio in questione è ovviamente non Isacco, come nella bibbia ebraica, ma Ismaele.
Prima di arrivare alla città santa, i fedeli musulmani entrano in un o stato di consacrazione, conosciuto come ihram, lasciano i loro vestiti abituali e si rivestono dei semplici abiti del pellegrinaggio: due lenzuoli bianchi senza cuciture per gli uomini, e un abito bianco con uno scialle bianco per le donne. Gli abiti bianchi sono simbolo della uguaglianza e della unità dell’umanità di fronte a Dio, poiché tutti i pellegrini sono vestiti nello stesso modo.
Arrivando alla Mecca, i pellegrini compiono il rito iniziale del tawaf. Si tratta di una processione circolare in senso antiorario attorno alla Ka’bah. Durante questo tempo, essi proclamano "Labbayka Allahumma Labbayk", che significa "Io sono qui al tuo servizio, o Dio". Questo rito risveglia la consapevolezza dei fedeli musulmani che Dio è il centro della loro realtà e la sorgente di ogni significato della loro vita, così come li rafforza nella coscienza che la loro identità deriva dall’essere parte della comunità dei credenti (ummà). I pellegrini compiono anche il rito del sa’i, che consiste nel correre sette volte tra le piccole colline colline di Safa e Marwah, in ricordo del racconto biblico e coranico di Agar in cerca di cibo e acqua per Ismaele.
In seguito, nel primo giorno ufficiale dell’Hajj (8 del mese di Dhul-Hijjah), i pellegrini (raggiungono oggi la cifra di due milioni) si spostano di alcuni kilometri per andare alla valle della città di Mina. Il giorno dopo, da Mina si spostano alla valle di Arafat dove passano la giornata in preghiera. Alla sera, i pellegrini si muovono verso Muzdalifa, un luogo tra Mina e Arafat, dove passano la notte in veglia.
Il giorno dieci ritornano a Mina, e durante lo spostamento compiono il rito di lanciare sette sassi contro un pilastro che rappresenta il diavolo. Questo gesto ricorda il racconto (sempre di tipo midrashico) secondo cui Abramo lanciò delle pietre contro il diavolo che tentava di dissuaderlo dall’obbedire a Dio. Giunge quindi il momento di offrire un’animale (in genere una pecora, ma alla Mecca anche un altro animale, e secondo procedure oggi aggiornate alle tecniche moderne). Con questo sacrificio i fedeli si immedesimano nella storia del patriarca Abramo che sacrificò un montone in sostituzione di suo figlio (Ismaele). La carne del sacrificio viene distribuita in tre parti, alla famiglia, agli amici, e ai poveri della comunità. Dopo il sacrificio, i pellegrini ritornano alla Mecca per concludere i riti formali del Hajj, compiendo la processione finale del tawaf e del sa’i.
Il pellegrinaggio è così concepito per sviluppare la consapevolezza di Dio e un senso di sollievo spirituale. Il profeta Muhammad aveva detto che una persona che compie l’Hajj in modo appropriato "ridiventerà come un bambino appena nato (libero da ogni peccato)". Il pellegrinaggio permette anche ai musulmani di tutto il mondo, di ogni colore ed etnia, di ritrovarsi insieme, in uno spirito di fratellanza e di sorellanza, e rendere insieme culto al Dio unico.
Chi non partecipa al pellegrinaggio, si unisce ai riti della Mecca celebrando a casa la festa di Eid ul-Adha, o Festa del Sacrificio (lett. Festa del Legamento, ricordando il figlio di Abramo legato prima del sacrifico). Tutti i musulmani sparsi per il mondo, indossano il giorno i loro abiti di festa e partecipano ad una riunione speciale di preghiera al mattino. Fa seguito un breve discorso, dopo il quale tutti si alzano per abbracciarsi e farsi gli auguri reciprocamente con il saluto tradizionale "Eid Mubarak", che significa "Festa benedetta" o "Benedizioni di festa". Poi, si svolgono le visite alle case degli amici e i pasti comuni, con doni di regali e dolci ai bambini.
Primo post-scriptum. Non solo per curiosità, aggiungiamo alcune attività scolastiche che vengono suggerite in un sussidio per insegnanti musulmani.
1) Intervistate un musulmano che ha fatto il suo Hajj. Domandategli se e come la sua vita è cambiata.
2) Descrivete a che cosa rassomiglierebbe se tutti a scuola, compresi gli insegnanti, vestissero con il vestito bianco del pellegrinaggio.
3) Rappresentate un mini Hajj nella vostra scuola. Concludete il tutto con un party pieno di festeggiamenti. Riservate una parte dei vostri festeggiamenti per i poveri e i bisognosi.
Secondo post-scriptum. Adattate le precedenti domande pensando di star parlando dei cattolici, dei loro pellegrinaggi, e dei simboli che attribuiscono alle differenze fra i loro vestiti rituali e non rituali.