1. Aspetti teologici. Bibbia e cultura

1.2 Vangelo e cultura. Effetti della traduzione della Bibbia

Bibliografia:

Shaw, R. Daniel, Transculturation. The Cultural Factor in Traslation and Other Communication Tasks, Pasadena, California: William Carey Library, 1988, pp. 9-20 (Ch. 1 : "A Biblical Perspective of Culture").

Sanneh, Lamin, Gospel and Culture. Ramifying Effects of Scriptural Translation. In Stine, Philip C., ed., Bible Translation and the Spread of the Church. The Last 200 Years, Leiden - New York - Köln: E.J.Brill; 1992; pp. 1-23.

Sanneh, Lamin, Translating the Message: The Missionary Impact on Culture. Maryknoll, NY: Orbis Books, 1989.

 

Riassumiamo alcuni concetti principali sotto forma di affermazioni, numerate solo per indicare una progressione e una identificazione, non una gerarchia. Esse si presentano, a seconda dei casi, o isolate, o solo largamente concatenate, o solo brevemente sviluppate.

 

1. L’annuncio del vangelo è sempre stato fatto in situazioni storicamente e culturalmente situate. Parallelamente, ogni sua riespressione sarà sempre fatta ugualmente in situazioni altrettanto storicamente e culturalmente situate. Pensare di poter un giorno esprimere un "vangelo allo stato puro" è perciò illusorio, e si rivela infine su una linea di pensiero contraria al movimento dell’incarnazione.

 

2. Il vangelo ha presentato fin dall’inizio una natura e una forza capaci di integrare culture diverse. Si rifletta sui seguenti fatti:

a) Esso si è staccato molto presto dai luoghi di origine, per estendersi a paesi prima considerati estranei alla "promessa";

b) Ha abbandonato da subito la lingua del "fondatore", per adottare le forme comuni del greco e del latino dei paesi di arrivo; la "traduzione" fa parte integrante delle origini del cristianesimo.

c) Il cristianesimo ha fin dalle sue origini sempre considerato possibile esprimere nel linguaggio umano quotidiano i disegni "divini", distanziandosi così da ogni tendenza elitista.

3. Da un punto di vista storico si è talvolta propensi a supporre un’interazione tra vangelo e cultura più per i paesi cosiddetti di missione e meno per il mondo occidentale. In realtà, sotto questo aspetto non c’è alcuna differenza tra cultura occidentale e altre culture. Anzi, il successo della trasformazione culturale del cristianesimo in Occidente indica una simile e parallela possibilità per le culture del Terzo Mondo, e inversamente le dannose conseguenze dell’adattamento culturale del cristianesimo in Occidente indicano una altrettanto simmetrica possibilità per le culture del terzo Mondo. In altre parole, il rapporto che il vangelo stabilisce con ogni cultura può assumere sia una valenza di forze in sinergia sia una valenza di forze in reciproca contestazione. La misura e la qualità del rapporto sinergia-contestazione determinano la tensione e la qualità del rapporto, che può portare o a una promozione o a una perdita delle rispettive identità.

 

4. Le numerose discussioni degli studiosi sul collegamento più o meno stretto tra cristianesimo e cultura occidentale, al di là della questione di merito, stanno certamente ad indicare la capacità e il ruolo del cristianesimo nel promuovere le culture, e non solo una cultura.

Stando anche solo a livello della lingua, se è vero che il successo e la conservazione del Latino mostrano la Chiesa come custode della tradizione occidentale romana, è anche vero che lungo la sua storia non sono mai mancate le difese delle lingue vernacolari.

Ad esempio, proprio nel periodo dell’egemonia del latino, durante l’impero carolingio, Otfried von Weissenburg, il primo poeta conosciuto per nome nella letteratura germanica, fu uno dei maggiori promotori delle lingue volgari, anzi alcune dei suoi pronunciamenti presero la forma di una specie di manifesto in favore della lingua volgare.

Un secondo esempio riguarda sia il livello della lingua sia il livello della cultura e si situa nella generale concezione antica dello stato, che vedeva il pluralismo culturale come un’opportunità a favore di una società forte e stabile. Quando Santo Stefano re d’Ungheria (ca. 969-1038) concepì lo stato ungarico come "regno apostolico" e avamposto della cristianità all’est, lo concepì sul modello della grandezza romana, che egli attribuiva proprio al suo carattere pluralista: "nam unius linguae, uniusque moris regnum imbecille et fragilum" ("infatti debole e fragile è quel regno che abbia una sola lingua e un solo costume": Christopher Dawson, Religion and the Rise of Western Culture, London: Sheed and Ward, 1950, p. 137).

 

5. L’opera monumentale del Edward Gibbon, The Decline and Fall of the Roman Empire, ha diffuso l’opinione, accettata anche da alcuni studiosi cristiani, che il successo del cristianesimo approfittò della decadenza della cultura greco-latina, ma nello stesso tempo introducendovi endemicamente una buona dose di provincialismo e particolarismo. Come molti "luoghi comuni", anche questo si rivela poco fondato. Ad es., il Neoplatonismo non era affatto in decadenza ed era ben accolto da larghe parti delle classi alte della società.

Sembra invece più corretto dire che il cristianesimo nella sua diffusione favoriva una rivitalizzazione delle culture locali (Plinio afferma che per reazione anche le tradizioni pagane venivano riscoperte), ciò che poteva portare a certe tensioni con un potere centralizzato. Ma è proprio il modo con cui il cristianesimo gestisce il rapporto tra particolarità "nazionale" e solidarietà "mondiale", senza inquadrarle in ideologie opposte, che rende possibile combinare insieme particolare e universale, cultura e vangelo.

 

6. Nonostante la religione cristiana sia inseparabile dalla cultura (cf. affermazione n. 1), tuttavia non si identifica con essa. Il problema è che se la verità di Dio deve essere qualcosa più di un sistema etnocentrico essa deve poter essere espressa al di là dei sistemi culturali; nello stesso tempo, però, se la religione aggira tali sistemi culturali essa rischia di non essere altro che una astrazione soggettiva.

I due estremi sono evitati da una presentazione multi-culturale del messaggio, così che le forme culturali sono mantenute nella loro plurale diversità senza però essere assolutizzate nella loro unica particolarità. Dalla prospettiva del vangelo, in tal modo, le diverse forme che esso assume lungo la storia sono ben più che episodi disgiunti l’uno dall’altro: al contrario, esse diventano legami coerenti di una catena che lega i vari credenti in un’unica comunità, al di là delle differenze di tempo e di spazio. Nel "piano della salvezza", tutte le culture sono ugualmente valide e tutte ugualmente inadeguate. Una tale visione della cultura è denominata da qualcuno con il termine di "strumentale".

In tal modo, i cristiani "santificano" le culture proprio mentre paradossalmente negano loro ogni intrinseca sacralità, e le elevano proprio mentre si rifiutano di farne un idolo. L’"uno" e i "molti" sono così portati ad "unità".

 

7. Pagine bibliche che possono fondare una tale visione multiculturale del messaggio evangelico sono:

- l’episodio della Pentecoste in At 2, con il particolare della comprensione in tutte le lingue, ed insieme tutto il successivo sviluppo degli Atti degli Apostoli, soprattutto i capitoli a partire dal discorso di Stefano (cap. 7) fino al cosiddetto concilio di Gerusalemme (cap. 15);

- le "strutture pluraliste" presentate da Paolo in Rom 12 e 1 Cor 12, con le applicazione che egli ne fa al rapporto fra cristiani di provenienza giudaica e cristiani di provenienza pagana esplicitamente soprattutto in Rom 14-15.

 

8. Bilancio delle traduzioni nelle terre di missione.

a) Le traduzioni nelle lingue locali cominciarono con l’adozione di termini, concetti, costumi o espressioni idiomatiche indigene per le categorie centrali del cristianesimo.

b) Criteri interni alle lingue locali cominciarono a servire per determinare una buona o una cattiva traduzione, arrivando sovente il caso in cui esperti della lingua indigena giungevano a porre in questione quelle che si rivelavano interpretazioni occidentali del cristianesimo.

c) L’uso delle lingua locali portò a una crescita impressionante delle lingue di traduzione della Bibbia.

d) In numerosi casi, si trattava del primo tentativo di scrittura della lingua stessa, con la necessità, per i traduttori di costruire alfabeti, grammatiche, dizionari, vocabolari, con il supplemento di raccolte di proverbi, idiomi, assiomi, materiali etnografici, descrizioni di religioni locali, di pratiche e leggi tradizionali, di memorie storiche. Tali scrupolosi e dettagliati inventari delle culture locali portò sovente a conseguenze inimmaginabili nella società stessa, fondando e maturando coscienze e identità nazionali.

e) In tutta questa attività, i traduttori davano come implicita una verità teologica: cioè, che il preveniente Spirito di Dio aveva preceduto l’attività missionaria, così che i predicatori potevano adottare forme di espressione e usanze già esistenti rivelando così la presenza nascosta di Dio.

9. Nelle società tradizionali, lingua e cultura sono strettamente connesse, e tutte e due sono dalla religione cristiana portate a promozione in modo dinamico. Le traduzioni dei missionari raggiungevano e attingevano alle radici di queste società, ravvivandone perciò le sorgenti vitali. Lo stesso approccio multiculturale aveva sovente come effetto secondario quello di contribuire a un rapporto intertribale più positivo, contribuendo a superare divisioni fratricide vecchie di secoli.