Materiali per il dibattito sul "Crocifisso"

inviati da alcune classi scolastiche

(indichiamo come referente il Professore di Religione)

 

Pilia Stefano (Zizola, Buggio, Ginzbug)  Angioi Rosanna (Serra, Marras, Luzzato)

Corriere 10 nov. (Lorenzo Cremonesi)

 

Stefano Pilia

Liceo Scientifico - Oristano

Giancarlo Zizola

Estratto dalla rivista “Rocca”, n° 19, 01/10/02, pp.52-53

Il crocifisso di Stato

 

Tornano in circolazione per decreto ministeriale i crocifissi di Stato, di nuovo il simbolo della Non Violenza è impugnato come corpo contundente per affermare un diritto politico di Dio, o rilanciare una religione dell’utile, all’insegna del vecchio motto della borghesia volterriana; “ciascuno per sé e Dio per tutti”.

Era spaventosa l’immagine del crocifisso brandito sui carri della morte dei Franchisti durante la guerra  civile spagnola. È’ ripugnante l’uso politico del Crocifisso per verniciare di una ipocrita patina di cristianesimo culturale l’ateismo pratico di una politica basata sul culto dell’Oro, sull’individualismo esasperato, sulla caccia feroce agli immigrati in cerca di pane alle mense dei nostri Epuloni.

In qualunque tempo il crocifisso significa questo: la potenza divina si è fatta inerme, rifiuta la spada  non solo per la conquista ma anche per l’autodifesa e sceglie di morire su un patibolo infame. Un simbolo per la non violenza come fonte di storia. Come dunque si può pretendere che sia simbolo dell’Occidente?

(…) Padre Turoldo mi raccontava di quando vide un crocifisso sulla scrivania d’un banchiere di Ginevra. Era un pezzo d’antiquariato. Si tirava l’asta verticale e dal crocifisso si estraeva un pugnale. Era usato dai crociati per offrirlo al bacio dei prigionieri musulmani. Se non lo baciavano venivano infilzati. E commentava che l’offesa più grave che si possa fare al Non Violento Crocifisso è proprio di brandirlo come un emblema di parte, di usarlo come collante dell’etnocentrismo, di mistificarlo e bestemmiarlo come ingrediente dello “scontro di civiltà” per giustificare la guerra.

(…) Vorrei che il crocifisso esistesse nei cuori prima che sui muri pubblici, nelle coscienze prima che negli apparati statali. Sono convinto che non sono i crocifissi esibiti a fare cristiana una società, ma i cristiani, se sono capaci di pace e di giustizia, di adorazione e di rivolta di fronte all’oppressione e al massacro dei più deboli.

(…) confesso di non comprendere le ansie per la segnaletica esterna, se non come sintomo della vetustà intellettuale dei nostri integralisti cattolici (…) a loro non par vero che il segno della croce sia divenuto, almeno nei media, il ghiribizzo scaramantico dei calciatori all’ingresso in campo. Un amuleto calma l’ansia. E intanto mettono tutto l’impegno possibile per accelerare il processo di secolarizzazione in chiave neoliberista, facendo strame della verità e della giustizia, e segando il ramo dei valori cristiani sui quali si regge l’ordine democratico. (…) Pretendono il crocifisso nelle scuole, ma diseducano con mezzi potenti e su tutte le reti le nuove generazioni. Vorrebbero una Chiesa ridotta al foro interno e al culto, privarla della carità e dei poveri, cioè dei “segni dei chiodi” per i quali può fluire ad essa la luce del Cristo.

(…) Non sarebbe impropria, da questo punto di vista, una lettura teologica delle Beatitudini nelle quali il rovesciamento introdotto da Cristo manifesta il divino nelle figure dei poveri, dei semplici, degli umili, dei deboli e dei sofferenti, dei pacifici e dei diseredati. Il divino si costituisce nel mondo come scarto e non più nelle tradizionali categorie della potenza trionfale.

(…) il Dio crocifisso è dunque il Dio dello scarto. (…) Egli non si arruola nelle file dell’idolatria politica e non può funzionare come utensile del potere, né ordinare a Pietro di impugnare la spada del potere per difendere lui e una civiltà, come ancora tentano di fare i nostri mammalucchi cristiani che aspirano a conquistare il mondo all’arma bianca. Perfino il papa polacco preferì consigliare le carmelitane del convento di Auschwitz a togliere la grande croce che avevano installato nel lager e trasferirle altrove. (…)

  Giancarlo Zizola

 
 

Nerella Buggio

Tratto da l sito WEB “www.culturacattolica.it”

 

Chi ha paura del Crocifisso?

 

C'è da chiedersi perché molti temono che il crocifisso torni al suo posto.
Non si tratta di accendere la miccia di una guerra di religione, né di affermare una supremazia della cultura cattolica sulle altre.
Si tratta di affermare che questa cultura c'è, che non si può pensare al futuro, ad un'integrazione di culture diverse, senza conoscere la propria storia e soprattutto senza amarla.

Non si sa chi abbia impartito l'ordine, sta di fatto che in molte scuole il crocifisso è sparito dalla parete sulla quale era appeso, in alcuni casi è sparita anche la foto del Capo dello Stato.
I due simboli se ne stavano buoni ad assistere alle lezioni, appesi con un chiodo sopra alla lavagna, non avevano mai turbato la crescita degli alunni, né offeso i ragazzi di altre religioni.
Non si trattava di simboli di una supremazia, rappresentavano la storia a cui apparteniamo.

Pertanto, il Ministro alla pubblica Istruzione Letizia Moratti, non ha inventato nulla di nuovo.
Ha solo auspicato che il crocifisso torni al suo posto, poiché nessuna Legge aveva stabilito che fosse tolto.

 

Nerella Buggio

 

 
 
 

Natalia  Ginzburg

Estratto da “Il Giornale” del  15/10/02

(questo scritto uscì sull’”Unità “ del 25/03/1988)

 

Non togliete quel crocifisso

 

Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule di scuola. Il nostro è uno Stato laico che non ha il diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso. La signora Maria Vittoria Montagnana, insegnante a Cuneo, aveva tolto il crocifisso dalle pareti della sua classe. Le autorità scolastiche le hanno imposto di riappenderlo. Ora si sta battendo per toglierlo di nuovo, e perché lo tolgano da tutte le classi nel nostro paese. Per quanto riguarda la sua classe ha pienamente ragione. (…)

I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, è questo è un problema da nulla. È vero. Pure a me dispiace che il crocifisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda , per quanto riguarda il crocifisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno esere obbligatorio toglierlo. (…) Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. (…) Il crocifisso in classe non può che essere altro che l’espressione di un desiderio.

(…) L’ora di religione è una prepotenza politica. È una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perché vi si deve insegnare la religione cattolica? Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L’ora di religione crea una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano  nella classe in quell’ora e quelli che si alzano e se ne vanno. Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Siamo quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire così?

(…) Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsi offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?

Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine e i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che vediamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte.

(…) Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso di una sventura,versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.

(…) Il crocfisso  fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlao e non guardarlo sono, come abbiamo detto molti.

(…) E’ tolleranza consentire  a ognuno di costruire introno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

Natalia  Ginzburg

Estratto da “Il Giornale” del  15/10/02

(questo scritto uscì sull’”Unità “ del 25/03/1988)

 

 
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Rosanna Angioi

Liceo Scientifico - Isili

Michele Serra

Estratto da “Repubblica” del 19/09/2002, p. 17

 

False guerre di religione.

 

…Il risultato è che l’anno scolastico si apre con un gesto inevitabilmente radicale, e non esattamente ospitale nei confronti delle sempre più numerose comunità non cattoliche che l’immigrazione ha infoltito. Che le antipatie laiche per i residui confessionali nelle attività pubbliche si rafforzeranno. E che il crocifisso tornerà a essere strumento di divisione e in qualche modo di potere  (potere di dissuasione nei confronti degli stranieri riottosi all’integrazione), e non per ciò che rappresenta, ma come è usato, “obbligatorio” per volontà ministeriale, sgradevole come tutte le imposizioni.

p. 17.

 

 
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Vincenzo Marras

estratto da Jesus, Ottobre 2002, p. 3.

 

I druidi e il Crocifisso

 

Tranne, forse, pochi storici, i cattolici hanno dimenticato la vicenda inquietante dell’Action Française e del suo leader Charles Maurras. Dichiaratamente agnostico se non ateo, gli sembrò di scoprire che una certa tradizione cattolica (quella dei cavalieri, dei crociati, dei “re cristianissimi”, dei grandi reazionari), poteva essere strumentalizzata a servizio del suo obiettivo, tutto politico, di nazionalismo e di conservatorismo, in lotta con la Gauche. Da qui, la difesa a spada tratta della chiesa (o, meglio, di una certa idea di chiesa) da parte di chi in realtà non credeva in Cristo. Anche l’Action Française, come certi movimenti odierni si battè – con rumorose campagne – a favore della “ricattolicizzazione” della società, con il recupero dei simboli: croci alle pareti dei luoghi pubblici o agli angoli delle strade, campane suonate il più possibile, processioni spettacolari. Maurras e i suoi furono condannati severamente da Roma. Sembrerebbe che oggi qualcosa della deformazione maurassiana rischi di reincarnarsi in politici che – appunto per fini meramente politici – alternano riti paganeggianti e chiusure ai bisognosi a grida di crociata per difendere, dicono, “l’eredità cristiana dell’Occidente”.

   
 

Estratto da “Repubblica” del 19/09/2002, pag. 5.

 

No, certi simboli non s’impongono.

 

Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane: “Sono perplesso e preoccupato per quanto annunciato dal Ministro Moratti. Per ragioni politiche, religiose, culturali, ma anche per motivi personali. Non potrò mai dimenticare il senso di esclusione, di isolamento e di inferiorità imposta che provavo quando, alunno delle elementari, negli anni ’30, entravo in aula e vedevo il crocifisso esposto sulla cattedra. Sono sensazioni che ti segnano per tutta la vita. E’ vero che l’Italia è a grandissima maggioranza cattolica ed è giusto che abbia i suoi simboli. Ma quando una maggioranza impone i suoi simboli alle minoranze, non è un buon segno e c’è da preoccuparsi.

 

   
Corriere 10/11/02

Cremonesi

DAL NOSTRO INVIATO

MOSUL (Nord Iraq) - La minaccia islamica è arrivata assieme ai volantini che chiamano alla conversione, ormai periodicamente infilati di notte sotto le porte delle abitazioni cristiane a Mosul. * Se non togliete quella croce infilata sul mappamondo, che sta sul tetto della chiesa di Nostra Signora di Fatima, ci penseremo noi a rimuoverla con la forza+ , ripetevano gli iman nelle moschee. E così l'arcivescovo siro-cattolico, Georges Casmoussa, ha deciso di nascondere la croce sull'edificio appena restaurato l'anno scorso, coprendola in parte con una gran scritta nera su un pannello di plastica bianca che riporta il nome della chiesa. Il motivo? * I musulmani affermavano che il sostegno sferico su cui poggia la croce sembrava simboleggiare la volontà del dominio cristiano sul mondo intero. E qui ribadiscono che questa è terra islamica+ , spiegano nei corridoi dell'arcivescovado.

Il viaggio tra la provincia di più antica civilizzazione cristiana in Iraq rivela paure raccontate a bassa voce. * Una comunità in decadenza+ , ammettono al patriarcato caldeo di Bagdad. * Nel 1989 c'erano oltre 600.000 cristiani (l'80 per cento cattolici) in Iraq, ma dall'invasione del Kuwait nel 1990 hanno iniziato ad emigrare. Oggi non arrivano ai 450.000+ , afferma un alto prelato. Ma con i timori di una nuova guerra il senso di insicurezza si è fatto piÿ acuto, alimentato da una serie di fatti gravi. Il più misterioso è stato l'assassinio di Cecilia Hannamushi, una suora di 70 anni sgozzata nel suo letto a Bagdad a metà agosto. * Le hanno tagliato il collo con un coltellaccio da cucina, poi è stata legata seminuda mani e piedi, potrebbe anche esser stata violentata+ , raccontano. Un delitto subito condannato dal regime. I tre aggressori sono stati mostrati alla tv locale prima dell'esecuzione capitale. * Erano solo dei ladri+ , dicono i portavoce della polizia. Ma nella vicina chiesa di Mar Yusef non sono convinti: * E' stata un'esecuzione in pieno stile algerino, l'accanimento contro il cadavere si spiega solo con l'odio religioso+ .

La violenza ha raggiunto anche Mosul. * La seconda domenica di settembre, un gruppo di estremisti armati di pietre e coltelli si è scagliato contro i fedeli che uscivano dalla messa. Se la sono presa in particolare con le ragazze che secondo loro portano le gonne troppo corte e non si coprono il capo+ , rivelano nella scuola vicino all'arcivescovado. E' una scuola mista per cristiani e musulmani, da qualche anno Saddam Hussein ha fatto chiudere in tutto il Paese quelle private finanziate dalla Chiesa. Ma i professori cristiani accettano di bisbigliare qualche veloce testimonianza solo quan

do i colleghi e gli allievi musulmani si allontanano: * Qui stanno crescendo i gruppi wahabiti finanziati e spalleggiati dall' Arabia Saudita. Vorrebbero che diventassimo tutti musulmani+ .

* Il paradosso è che in verità il Ba'ath, il partito di Saddam Hussein, ha una tradizione laica che privilegia la convivenza tra le fedi. Prova ne è che il numero due del regime, Tarek Aziz, è un cristiano. Qui in passato c'era più tolleranza che in Egitto o in Giordania. Ma ora i cristiani in Iraq sono una minoranza che teme l'anarchia del dopo Saddam, nel caso di un attacco americano. Vedono nel regime l'unico scudo contro il fondamentalismo islamico. Negli ultimi anni però lo stesso Saddam ha voluto islamizzare la società per raccogliere il consenso contro il nemico esterno. E i cristiani si trovano in una posizione sempre più fragile+ , analizzano nei circoli diplomatici occidentali nella capitale.

I segni del nuovo islamismo di Stato sono evidenti: ormai non si può costruire una nuova basilica senza che vicino non sorga una moschea. I nomi dei neonati cristiani devono essere arabizzati. Non si può più chiamare, per esempio, il proprio figlio Giuseppe, ma solo Yusef. È accettata Miriam, ma non Maria. Il Vaticano ha protestato all'inizio dell'anno presso il governo di Bagdad quando era arrivata la notizia per cui il ministero dell'Interno stava approntando una * lista dei nomi proibiti+ . Ma la questione per ora resta aperta.

Lorenzo Cremonesi