© Vangelo di Giovanni 2001.2005.
Traduzione dal greco in sardo campidanese, variante del Sarcidano isilese, di Antioco e Paolo Ghiani.
Traduzione dal greco in sardo logudorese di Socrate Seu.
Consulenza esegetica e filologica di Antonio Pinna e Antonio Piras.
 Gv 01,29-34

i vv. Gv 1,29-34 sono stati pubblicati sul n. 1 del 13 gennaio 2002, p. 6

(††) dopo un termine che appare solo una volta in tutto il Nuovo Testamento

(†) dopo un termine che appare solo una volta in Gv.

L'accento delle parole, ove non indicato, cade sulla penultima vocale.

Ghiani 2002 Ghiani 2003 Seu Proposta 1 Modifiche  
 

Giu 01,29 S’incras (Giuanni) bit a Gesus benendi anca est issu e narat: «Custu est s’angioni de Deus, chi ndi pigat su pecau de su mundu!

 

Gv 01,29  S’incràs  bidet a Gesùs benzendhe a sa ‘e isse e narat : “ Custu est s’anzone ‘e Deus, su chi ndhe leat su pecadu ‘e su mundhu .

 

Gv 01,29  S’incràs,  bidet a Gesùs benzendhe a sa ‘e isse e narat : “ Custu est s’anzone ‘e Deus, su chi ndhe leat su pecadu ‘e su mundhu .

 

 

Giu 01,30 Est de icustu chi deu apu nau: «Apustis de mimi benit un’omini chi nc’est passau ananti miu: ca fiat innantis de mimi.

 

Gv 01,30  Est de isse chi eo apo nadu: “Pustis de a mie ‘enit un’òmine chi est coladu a dainanti ‘e me, ca fit innanti ‘e me”.
 

 

Gv 01,30  Est de isse chi eo apo nadu: “Pustis de a mie ‘enit un’òmine chi est coladu a dainanti ‘e me, ca fit innanti ‘e a mie.”

 

Giu 01,31 E deu no ddu  connoscìa,  ma propiu po cussu deu seu benniu a batiai in acua, po ddu fai connosci a craru a Israeli».

 

Gv 01,31  Et eo no lu connoschìa, ma pro chi esseret fatu a connoscher a Israele, pro  custu eo so ‘ènnidu a batizare in abba”: 

 

Gv 01,31  Et eo no lu connoschìa, ma pro chi esseret manifestadu a Israele, pro  custu eo so ‘ènnidu a batizare in abba”.

 
 

Giu 01,32 E Giuanni a testimongiu at nau: «Apu biu su Spiridu abascendi de su celu che columba e abarrendi in pitzus de issu.

 

Gv 01,32  E Giuanne atestimonzèit nerzendhe: “Apo ‘idu s’Ispìridu falendhe che columba dae su chelu  e s’arreèit  subr’a isse.

 

Gv 01,32  E Giuanne atestimonzèit nerzendhe: “Apo ‘idu s’Ispìridu falendhe che columba dae su chelu  e s’arreeit  subr’a isse.

 

Giu 01,33 E deu non ddu  connoscìa, ma su chi m’at mandau a batiai in acua, propiu issu m’at nau: Tui as a biri su Spiridu abascendi e abarrendi in pitzus de issu, ca est issu su chi batiat in Spiridu santu.

 

Gv 01,33  Et eo no lu connoschìa, ma su chi m’imbièit a batizare in abba mi nerzèit : “Subr’a chie as a bider s’Ispìridu falendhe e arreèndhesi, cussu batizat in Ispìridu santu”.

 

Gv 01,33  Et eo no lu connoschìa, ma su chi m’imbieit a batizare in abba mi nerzeit : “Subr’a chie as a bider s’Ispìridu falendhe e arreèndhesi, cussu est su chi batizat in Ispìridu santu”.

 

 

Giu 01,34 E deu apu biu, e fattu a testimongiu apu nau ca custu est su Fillu de Deus».

 

Gv 01,34  Et eo apo ‘idu e apo atestimonzadu chi custu est su Fizu ‘e Deus”.

 

Gv 01,34  Et eo apo ‘idu e apo atestimonzadu chi custu est su Fizu ‘e Deus”.

 
 
 
     
         
         
     
         
     
     
   

Discussione

 

Note 2002

alto

 

nSeu  Gv 01,29 s’incràs = l’indomani; anche: su dinfatu = il giorno dopo.

 

nSeu Gv 01,29 custu est Avrei potuto dire tranquillamente : Acò s’anzone ‘e Deus. E’ molto comune dire qualcosa come acò a (p. es., Fulanu) quando si vede comparire una persona conosciuta, che sia attesa o no.  Il greco ide corrisponde infatti praticamente all’italiano ecco, a prescindere dal suo valore verbale originario, che darebbe vedi in italiano e bide/’ide in sardo. Qui viene tradotto con ecco, voici, voilà, here is, look, behold, siehe,  he ahí, he aquí, ecc., a seconda delle varie lingue. Delle traduzioni consultabili in BW, solo R95 ha este es. Quest’ultima è la soluzione che io  propongo e che mi sembra la più adatta in quanto le parole di Gv 01,29 sono state scelte dalla Chiesa per la presentazione del Pane eucaristico ai fedeli da parte del sacerdote nell’ambito dei riti di Comunione della Messa e, in quel contesto, escluderei acò, mentre, d’altra parte, mi sembra che la traduzione debba essere la stessa in entrambi i casi. Così come escluderei mirade che, al di fuori del significato di ammirare,  mi sembra di uso soprattutto poetico. Escludo anche mi’ (con troncam.) per una questione di registro.

rAP Ok per escludere mirade, mi'. Fondamentalmente d'accordo per il resto. 

 

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nSeu Gv 01,29  s’anzone ‘e Deus – Se ne parla in Preguntas e Torradas del sito su Fueddu. Perché questa espressione dovrebbe suonare strana? Altrettanto strano dovrebbe suonare l’agnello di Dio o il cordero de Dios. Forse  perché noi Sardi siamo abituati a pensare  l’agnello come simbolo del “siamo tutti pastori”, dando a questo termine quella stessa connotazione negativa che gli viene data da chi vuole  convincerci – e purtroppo spesso ci riesce – di non so quale pretesa inferiorità, oppure  come qualcosa che serve soprattutto a rimpinzarci  sotto le feste? Eppure diciamo “est un’anzone” per una persona (ma anche un animale) docile e mansueta. Questo significa che assumiamo l’agnello anche come simbolo di docilità e mansuetudine. Quanto all’idea di vittima sacrificale, credo che basti pensare all’ecatombe che di agnelli si fa in occasione delle festività, anche se si tratta di vittime sacrificate a ben altri dèi. Ritengo  che le avversioni nascano dal fatto che nel nostro inconscio – forse dobbiamo ammetterlo una volta per tutte - sentiamo ancora il sardo come lingua adatta più agli ovili che agli altari e che però sia giunto il tempo di abbandonare questo genere di condizionamenti, creatici più che altro dai vari detrattori, stanziali e di passo, delle cose nostre. Perciò, per quanto riguarda s’anzone ‘e Deus, ritengo che si tratti solo di farci l’abitudine .

rAP Fondamentalmente d'accordo anche qui. 

29

nSeu Gv 01,29  s’anzone ‘e Deus – Mi riferisco ancora all’articolo in Preguntas e Torradas. Nell’espressione che propongo, e che ricalca quella generalmente usata nelle varie traduzioni, è realmente presente quella stessa ambiguità fra genitivo soggettivo e genitivo oggettivo che si riscontra in s’amore ‘e Deus (= l’amore di Dio per noi oppure l’amore di noi per Lui)? Per quanto riguarda s’amore ‘e Deus , mi sembra che l’opportunità di disambiguare non possa essere messa in discussione . Relativamente, invece, a s’anzone ‘e Deus, mi sembra  che lo stesso tipo di ambiguità non esista. A mio parere, l’agnello di Dio non può essere inteso che come l’agnello divino, l’agnello mandatoci da Dio per il fine che immediatamente dopo viene indicato nello stesso testo evangelico. Non mi parrebbe che, chiaramente riferito – come di fatto è  -  a Gesù,  possa essere inteso come l’agnello sacrificale che noi offriamo a Dio.  
Se, però, si è di contrario avviso,  occorre allora distinguere se si vuol porre l’accento sulla donazione gratuita (s’anzone donadu dae Deus), oppure dire semplicemente dato (dadu) o mandato (imbiadu). Se si opta per questa soluzione, sarà il caso di proseguire dicendo per togliere il peccato/i peccati del mondo (pro che leare su pecadu/sos pecados dae su mundhu oppure pro si leare su pecadu/sos pecados de su mundhu, a seconda dell’interpretazione che verrà data al testo greco: v. sotto)?

nSeu – Gv 01,29 ndhe leat  - Un ultimo riferimento a Preguntas e Torradas. La traduzione dell’ultima parte del versetto dipende dall’interpretazione che s’intende dare al greco o aíron tèn amartían toû kósmou. Aìron è ptc. pres. attivo di aíro = porto via, tolgo via, ma anche prendo su di me, mi carico di. A questo si riferisce, appunto,  l’ultima parte dell’articolo su Preguntas e Torradas. Il vb. italiano togliere  ha attualmente e in generale il significato di rimuovere, ma cfr. il superstite to’, troncam. di togli, con l’antico significato di prendi. LDC-ABU, come è  ricordato nel sito Internet, attribuisce al verbo greco questo secondo significato, e perciò traduce: che prende su di sé il peccato del mondo, di contro a CEI (71 e 97), la quale reca: che toglie il peccato del mondo. Lascio ogni decisione sulla scelta del senso da attribuire al testo greco a chi è più esperto di me. Mi limito, pertanto, a proporre le due traduzioni possibili sulla base di tale scelta: (su) chi ndhe leat su pecadu ‘e su mundhu (più chiaro sarebbe: (su) chi ndhe leat su pecadu dae su mundhu) = (colui)  che toglie via il peccato del [dal] mondo; oppure: (su) chi si leat sos pecados de [su pecadu ‘e] su mundhu = (colui) che si prende [= prende su di sé] i  peccati/il peccato del mondo.   Con maggiore chiarezza, avrei potuto dire:  chi si ‘àrriat de sos pecados de su mundhu (= che si carica dei peccati del mondo). Ma sarebbe stato opportuno, tenuto conto dell’esigenze, cui ho già accennato, di un eventuale uso liturgico?

rAP Penso sia meglio lasciare il rapporto genitivale "su pecadu 'e su mundu". Per il resto è più opportuno, almeno per ora e in casi come questo, che ci adattiamo a Cei 71 e 97, riservando a una nota le scelte alternative di interpretazione. 

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nSeu Gv 01,30 Est de isse chi eo apo nadu - In greco : oûtós estin upèr oû egò eîpon - Letteralmente: Questi è sopra cui io dissi.  In italiano:  (CEI) Egli è colui del quale ho detto; (LDC-ABU) Parlavo di lui quando dicevo. Mi è parso di poter ottenere una maggior chiarezza e  naturalezza evitando la frase relativa. Inoltre, ho ritenuto preferibile, per ragioni logiche, tradurre l’aoristo con un perfetto, come del resto fa CEI,  anziché con un passato remoto.

nSeu Gv 01,30 chi est coladu a dainanti ‘e me – In greco : òs émprosthén mou ghégonen – Letteralmente : che davanti a me è stato. CEI:  che è davanti a me; LDC-ABU: che è più grande di me; Nuoviss. Vers.: …ebbe la precedenza davanti a me. – Ghégonen:   perf. att. di  ghínomai, reso con un perf. anche in sardo.  

rAP Letteralmente, direi piuttosto "che davanti a me è divenuto ed è". 

nAP Gv 01,30 coladu : Da un punto di vista di naturalezza e di chiarezza, questa traduzione rende bene l'idea del testo: Gesù è più grande di Giovanni, anche se è venuto dopo. Tuttavia, una particolare attenzione mi sembra necessaria per questo verbo, termine chiave nel prologo, dove c'è una specie di opposizione tra "divenire" (nel tempo, nel creato) rispetto a "essere" (presso Dio, prima del tempo) . Es. "Tutto divenne per mezzo di lui...", "Divenne un uomo mandato da Dio..." "Egli era nel mondo, e il mondo divenne per mezzo di lui..." "In principio era il Verbo... E il verbo divenne carne...". Sarà possibile e opportuna una traduzione coerente che mantenga la funzione del termine chiave? Non so, forse sì in alcuni casi; forse certamente più di quello che fanno le traduzioni correnti. Ma suppongo molto difficile rendere sempre con un solo verbo le varie occorrenze di "divenire".

rSeu – Gv 01,30 – chi est coladu a dainanti ‘e me – In effetti è molto difficile rendere sempre con uno stesso verbo il greco ghínomai nelle varie occorrenze, come si è già avuto modo di constatare in altri contesti. Credo, inoltre, di dover ammettere che non sempre il sardo, lingua soprattutto dell’oralità e quindi del concreto e del quotidiano, offre strumenti sufficientemente idonei a mettere in luce determinati concetti e, nel caso di specie, ad evidenziare la contrapposizione fra essere (prima e al di fuori del tempo) e  divenire (nel tempo), che, del resto, ad una lettura non attenta di Gv, potrebbe  sfuggire anche in una traduzione in altra lingua. Circa i termini sardi corrispondenti all’it. “divenire”, se si esclude  “diventare”, che qui non avrebbe senso, uno potrebbe essere benner, che però nel contesto che qui interessa non acquisterebbe un significato univoco. Si potrebbe tentare benner a esser: chi est bènnidu a esser a dainanti ‘e me / a dainanti meu / a dainanti ‘e a mie, ma non sono certo che non ne soffrirebbe la chiarezza. Fàgher-si = farsi è una soluzione senz’altro utilizzabile nel Prologo di Gv, si fatèit carre, ma non mi pare che altrettanto si possa dire per Gv 01,30. Quanto alla var. campid.,  Lepori dà per divenire: benni (Casciu:  bèniri), bessiri, si fai. Resterebbe devenner, registrato da Spano e sulla sua scia da Martelli, ma non ricordo che abbia mai fatto parte della mia esperienza diretta né l’ho reperito nei dizionari pubblicati in questi ultimi tempi. D’altra parte, esiste accanto a benner anche una forma venner, con la quale devenner sarebbe perfettamente coerente, così come sarebbe coerente, oltre che con l’ital. divenire,  con il franc. e lo spagn. devenir (il portogh. offre invece soluzioni differenti, fra cui vir a ser, corrispondente al  benner a esser da me ipotizzato). In linea con la soluzione devenner, p. es., ASV: who is become before me. In linea con la soluzione benner a esser, p. es., RVA: ha llegado a ser. Comunque, tutto sommato, e nel timore di offendere le orecchie di eventuali fautori del “non s’è    mai detto prima” (sarà poi vero?), proporrei  di lasciare per il momento le cose come stanno e di rinviare ogni approfondimento alla fase di verifica finale, tanto più che anche altre traduzioni hanno fatto ricorso alla soluzione che qui si è pensato di adottare.

rAP problema da rivedere nel momento in cui si tradurrà il prologo di Gv. Paolo Ghiani mi ha già inviato una proposta. Da pubblicare appena possibile.

nSeu Gv 01,30 a dainanti ‘e me -   possibili anche: a dainanti meu, a dainanti ‘e a mie.  


nSeu Gv 01,30 ca fit innanti ‘e me –
In greco:  óti prôtós mou ên. – Ên:  indic. impf. att. di eimí, reso con un impf. anche in sardo. Possibili anche le forme: innanti meu  e  innanti ‘e a mie.
rAP
Per ragioni eufoniche di fine frase mi sembra meglio innanti 'e a mie. 

rSeu Gv 01,30 –
ca fit innanti ‘e me –
D’accordo: modifichiamo in ca fit innanti ‘e a mie.
rAP allora bisogna modificare anche prima, pur non essendo in fine frase? 

 

 
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nSeu Gv 01,31 Et eoEo è la forma che mi è più familiare. Possibile anche deo. Davanti alla e di eo la congiunz. diventa et, con lenizione della t, per cui la pronuncia diventa edèo, mentre la pronuncia della forma e deo è eddèo.

 

nSeu  Gv 01,31 no lu connoschìa  In greco: ouk édein autón. Édein: ppf. att. da oída, perfetto la cui radice non esiste nel presente e che, avendo appunto il significato di presente, ha il senso di  conosco, so.  Il ppf. ha significato di impf., e con tale tempo è stato coerentemente tradotto. CEI 97: non lo conoscevo; LDC-ABU: anch’io non lo conoscevo; Nuoviss. Vers.: come CEI.

 

nSeu Gv 01,31 pro chi esseret  fatu a connoscher a Israele, pro custu eo so ‘ènnidu… – In greco: ína fanerothê – Cong. aor.  pass. di  faneróo = rendo noto/visibile/manifesto . In italiano: perché egli fosse fatto conoscere (CEI);  per farlo conoscere (LDC-ABU); perché fosse rivelato (Nuoviss. Vers.). Ritenendo che la costruzione  greca sia possibile anche in sardo, l’ho mantenuta nella traduzione. Altre possibili soluzioni : et eo no lu connoschìa, ma (propiu) pro lu fagher a connoscher a Israele est chi eo so ‘ènnidu a batizare in abba;  et eo no lu connoschìa, ma est (propiu) pro lu fagher a connoscher a Israele chi eo so ‘ènnidu a batizare in abba. Nella mia zona di provenienza: fagher connoscher (senza la preposizione, ritengo per influsso dell’italiano). Per battezzare/battesimo le mie abitudini linguistiche mi suggerirebbero batijare/batìjamu; ho scelto, tuttavia, batizare/batizu che mi sembra la forma più “classica”.  

rAP Il verbo phaneroo   sarà importante in Gv : cf 2,11; 3,21; 7,4; 9,3; 17,6; 21,1 2 volte; 21,14. Anche qui, sarà possibile omologare la traduzione usando sempre un medesimo termine o espressione? 
Mantenere
la forma passiva mi qui mi sembra meglio in vista delle altre occorrenze, in cui non è Giovanni il soggetto principale della manifestazione di Gesù. Il ruolo di Giovanni è quello di testimoniare, di cominciare questa manifestazione con il battesimo.

rSeu – Gv 01,31 pro chi esseret fatu a connoscher Si potrebbe favorire l’omologazione ricorrendo al vb. manifestare (ital. manifestare, franc. manifester, spagn. manifestar, portogh. manifestar, catal. manifestar, rumeno manifesta): pro chi esseret manifestadu. Tra le altre possibilità, mustrare mi sembrerebbe troppo riduttivo, mentre  isvelare non sarebbe forse adatto per indicare la rivelazione del Figlio di Dio.  

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nSeu  Gv 01,33 mi nerzèitHo mantenuto nella traduzione il tempo storico del greco. Non ho creduto necessario renderlo con un perfetto.

nSeu Gv 01,33.34 cussu/custu In greco, outós in entrambi i casi. Mi è parso più logico differenziare nella traduzione.

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nAP Gv 01,33 cussu batizat : perché non rispettare il participio sostantivato : "su chi batizat", anzi, forse si potrebbe rendere anche con un futuro "su chi at a batizare".

rSeu – Gv 01,33  cussu est su chi batizatLa mancata fedeltà al ptc. sostantivato greco e l’omissione dell’equivalente di estin in effetti non ha ragione di essere ed è frutto solo di una svista e come tale involontaria. Perciò: cussu est su chi batizat. Il presente chi batizat in luogo del futuro chi at a batizare è invece frutto di una scelta, peraltro non so quanto condivisibile sotto il profilo esegetico. Debbo confessare di aver oscillato fra le due soluzioni. Mi è parso che quella con il futuro fosse legata all’idea di tempo contingente, in altri termini legata alla vicenda terrena di Gesù, mentre quella con il presente riconoscesse a Gesù una qualità insita nella sua persona e quindi indipendente dalle circostanze. Ma forse qui è proprio il caso che mi affidi a chi ne sa più di me. Se il ragionamento da me fatto è accettabile: cussu est su chi batizat in Ispìridu santu. In caso contrario: cussu est su chi at a batizare in Ispìridu santu.  

 
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nAP Gv 01,34 idu di per sé verbo diverso dal v. 32 e dal v. 14, senza particolare differenza di significato.

rSeu – Gv 01,34 idu – In effetti, limitando il discorso ai brani che sono già stati oggetto di traduzione, abbiamo in Gv 01,32 il vb. tethéamai, perf. di theáomai, in sardo: bider, cuntemplare, abbaidare, dennotare, osservare; in Gv 01,34 il vb. eóraka, perf. di oráo, in sardo: bider, abbaidare, osservare, cu(n)statare (non ho reperito quest’ultimo vocabolo in nessuno dei dizionari recenti e neppure in Spano,  dal quale peraltro è assente anche co(n)statare nella parte italiano-sardo; ciononostante, si tratta di vocabolo da me udito decine di volte e da numerose persone). Tenuto conto di quanto osservato dal Prof. Pinna, e facendo astrazione almeno per il momento da esigenze di sinossi, direi di non apportare modifiche.

 
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