© Vangelo di Luca 2001. Traduzione
in sardo campidanese, variante del Sarcidano isilese,
di Antioco e Paolo Ghiani.
Consulenza
esegetica di Antonio Pinna.
Proposta di traduzione di Paolo Ghiani con osservazioni di Antonio Pinna e di
Antioco Ghiani.
Luca 18,1-8
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1 Aici ddis naràt unu contu comenti tocat a pregai
sempiri e a non pèrdiri s'alientu. At nau: |
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6 E su Sinniori at nau: "Ascurtai
su chi narat su giugi de faìnas (trassas) malas. |
6 E su Sinniori at nau: "Donai cura a su
chi narat su giugi de faìnas malas. |
Lc 18,01 E ddis naràt:
Cei 97 si è limitata a sostituire "disse" con "diceva",
ciò che comunque ha l'effetto di unire maggiormente la parabola con quanto precede,
anche se non traduce il solito de . Tu lo traduci con "e",
ed è già un passo avanti che esplicita meglio il collegamento con il contesto
del "giudizio" e della "venuta" introdotto dalla domanda
dei farisei (17,20) e dal successivo discorso ai discepoli (17,22 dove invece
il de viene tradotto da Cei con "ancora": "disse ancora
ai discepoli").
Per essere molto pignoli, ci si potrebbe interrogare se non sia meglio lasciare
"E" per tradurre il kai e usare un'altra espressione leggera
di collegamento per questo tipo di de : "? "ddis naràt aici un
contu..
nAGh: mancai cumentzendi cun "aici": Aici ddis naràt unu contu...
Lc 18,01 chentza de : in greco è una frase coordinata "e non"; è proprio necessario adeguarsi alla conosciuta traduzione italiana ? Oppure si può pensare di non ripetere tale e quale l'italiano e vedere se c'è un modo più sardo dire il tutto? Anche perché non è detto che si debba mantenere per forza il verbo "stancarsi" e non usare invece un verbo che vada nel senso non della "quantità" (reduplicativo del precedente "pregare sempre", tipo ... radio maria), ma della "qualità" (avere un buon motivo per continuare a pregare), ad esempio "non scoraggiarsi" "non perdersi d'animo"ecc. (cf TOB...). Anche per evitare l'ambigua assonanza con il seguente "infadu" del v. 5.
nAGh: mi parit ca sa cosa prus facili est a fai cumenti
fait su gregu, cun dus infinius: “abbisongiat (tocat) a pregai sempri e a
non perdiri s’alientu.S’iat a podiri ponni fintzas e “a non si
scoragiri o a non si disalentai”, deu prefrexu su primu,
pero’...
Lc 18,02 [legon] : anche qui segui l'omissione dell'italiano, tuttavia, dopo l'inserzione della motivazione della parabola, si potrebbe seguire il greco, che riprende il verbo "dire"dell'inizio. Esagerando, si potrebbe pensare di dire addirittura: "E su contu fia custu".
nAGh: in C.Buzzetti “Dizionario Base del N.T.” agatu: ...(...dopo un verbo dichiarativo è spesso un semitismo ridondante): pregonta: s’iat a podiri cuntziderai cumenti candu in sardu, fueddendi, dònnia pagheddu naraus: “at nau” (in campidanesu) o “nachi” (in logudoresu)? Chi est aici podeus ponniri propriu: “ ..., at nau: “Custu fut unu giugi....” chino’ podeus fai cumenti narat Don Antonio: “E su contu fiat custu” e tandu perou a sighiri ponendi: “Custu fut unu giugi....” mi parit tropu grai, iat a bastai: “Unu giugi biviat...”, sarvendi su parallelismu “Kritès en ... xèra en...”. In prefinis: o “tocat a pregai sempiri e a non perdiri s’alientu. At nau:”Custu fut unu giugi chi biviat in d'una citadi, non timìat.....Una fiuda puru...” ochino’: “E su contu fiat custu:”Unu giugi.....”
rAP : non mi lascerei impressionare dalla nota sui semitismi ridondanti, in quanto, pur vera in genere, non è una annotazione del tutto appropriata al nostro caso, dove il participio non è affatto ridondante ma serve a riprendere il discorso dopo l'inserimento dello scopo della parabola.
Lc 18,02 custu : messo qui, mi sembra pesante; un'altra volta, avevate suggerito di usare il modo sardo di cominciare un racconto: Custu fut un giugi chi ...
nAGh: Lc 18,03 a certu: duda : o “in certu”?
Lc 18,04 non ddu boliat fai : il verbo "fare" non c'è in greco; in sardo mi pare che in questi casi si dica: non nd'olliat intendi.
Lc 18,04 apustis : qui, siccome segue un'espressione indeterminata, meglio dire "a sa fini", o simile.
Lc 18,04 Mancari : non so se in sardo sia molto naturale fare frasi lunghe e subordinate di tipo concessivo; nel caso fosse più naturale, si potrebbere rendere le frasi indipendenti: "Già est beru ca non timu a Deus... ; ma sceti e poita custa femina... "
nAGh: de siguru su sardu andat prus po is cosas facilis: mellus coordinadas o indipendentis che subordinadas.
Lc 18,05 giai chi : in greco la particella ge serve per rafforzare il contrasto: come quando in sardo diciamo "sceti e poita... "
Lc 18,05 stontonai : va anche bene; tradotto letteralmente il verbo significa "prendere-colpire sotto" (in greco sembra riferito all'occhio): da qui la possibilità di un più formale "segai sa conca" (ma livello più basso di "stontonai", che si adatta anche meglio all'uso metaforico in questo caso.
nAGh: a “stontonai” chi si bolit, si podit aciungi fintzas e “conca” “stontonai sa conca”, in dònnia modu, fut arrosciu de dda portai sempri in mesu de is peis!
Lc 18,06 Ascurtai : per evitare il senso di "dare retta", forse si potrebbe usare "giadei attentzioni" o simile.
nAGh: mi parit comunu: “dona (a) cura”
Lc 18,07 E ddus : per facilitare il passaggio al diverso tipo di risposta aspettata, si potrebbe dire : Fortzis ca ... (forse anche togliendo "e").
Lc 18,08 sa fidi in su mundu: circa gli articoli determinativi: a parte che non suonano molto bene di seguito, il primo "sa fidi" di per sé non è riferito alla fede in quanto tale, ma al tipo di fede-fiducia di cui si sta parlando qui e ora: quindi, "custa fidi" mi sembrerebbe meglio per evitare di pensare chissà a quale dubbio per Gesù Cristo (quasi che si preoccupasse che venissero a mancare le cupole romane).
Per "in su mundu" : sarebbe più naturale, mi sembra "in custu mundu"; non sarei a prima vista contrario a dire "custa fidi in custu mundu", visto che forse renderebbe un po' del senso negativo contenuto nella particella greca ara. Tuttavia, da vedere.