©Vita Nostra 2001, anno 41, n. 46   domenica 16 dicembre
 

In questo numero: p. 6

 

1) Mt 1,18025

 

2) I pastori e i "re" magi. Una "chiave" per leggere i vangeli di Luca e di Matteo

 

3) a p. 4: articolo di Pino Atzori sulla Clonazione

 

 

1) Mt 1,18-25

Campidanese

 

Mt 01,18 De Gesus su messia, duncas, su cumentzu fut custu:

sendu sa mama, Maria, coiada cun Giusepi, innantis de si ponni a bìviri impari si fut agatada prossima de Spiridu de Deus.

Mt 01,19 E Giusepi s'òmini suu, ca fut òmini giustu, no dda boliat incrupai in craru e at detzìdiu de dd'arrefudai a iscusi.


Mt 01,20 Sendu issu apentzamentau po custas cosas, totu in d'una in su bisu unu missu de su Sinniori ddi fut cumpartu, narendi: "Giusepi, fillu de David, non timas a ti pigai in domu a Maria, pobidda tua (sa sposa tua), ca su chi est generau in issa est de Spiridu de Deus.

Mt 01,21 E issa at iscendiai unu fillu e tui ddas a ponni a nòmini Gesus: ca issu at a salvai su populu suu de is pecaus insoru.

Mt 01,22 E totu custu fut sussediu po fai cumpriri su chi at nau su Siniori po mesu de su profeta, chi narat:


Mt 01,23 "Mirai, sa virgini s'at a improssimai e at a iscendiai unu fillu, e a nomini dd'ant a nai Emanuelli, chi tradùsiu bolit nai "Deus cun nosu".


Mt 01,24 E Giusepi si ndi fut pesau de su sonnu, at fatu comenti dd'iat pretzetau su missu de su Sinniori e nd'at pigau a domu sua sa sposa sua.

Mt 01,25 E issu no dd'at connota po totu su tempus innantis de iscendiai su fillu, chi dd'at postu a nòmini Gesus.

 

Logudorese

 

De Gesùs su Messias, duncas, su printzìpiu istèit custu [sos printzìpios istèin custos].

sendhe sa mama, Marìa, impignada a Zusepe, innanti ch’issos esseren andhados a biver umpare, s’agatèit chi aìat cuntzepidu de Ispìridu santu.


Mt 01,19 Assora Zusepe, s’òmine sou, chi fit òmine giustu, e no la cherìat isvirgonzare a ojos de sa zente, detzidèit de la dispaciare a s'a cua.

Mt 01,20 Sendhe isse apessamentadu subra custas cosas, acò chi unu nuntziu 'e su Segnore si li presentèit in su sonnu, nerzendhe: "Zusepe, fizu de Dàvide, no timas de ti leare a Marìa, sa fèmina tua, in domo: difatis su ch'est in issa est ingeneradu dae Ispìridu santu.


Mt 01,21 E at a parturire unu fizu e tue de nùmene l'as a ponner Gesùs: isse difatis at a salvare su pòpulu sou dae sos pecados issoro".

Mt 1,22 Totu custu, duncas, sutzedèit pro chi s'esseret cumprida sa cosa nada dae su Segnore pro mesu de su profeta, chi narat:

Mt 1,23 "Acò chi sa vìrzine at a cuntzepire e at a parturire unu fizu e l'an a narrer pro nùmene Emanuele, chi traduìdu est: "Deus cun nois".

Mt 1,24 Assora Zusepe, daghi si ndhe pesèit dae drommire, fatèit comente l'aìat cumandhadu su nuntziu 'e su Segnore e si leèit sa fèmina sua in domo.

Mt 01,25 E in totu su tempus innanti ‘e sa nàschida ‘e su fizu no la connoschèit, e a isse li ponzèit a numene Gesùs
 

2)  I Pastori e i "Re"  Magi. Una chiave per leggere i Vangeli di Luca e di Matteo

 

1. I racconti dei pastori e dei magi sono i più popolari tra quelli natalizi. Le due pagine non potrebbero essere più diverse. Matteo ambienta il racconto dei sapienti e ricchi stranieri alla corte del re Erode, con i capi dei sacerdoti e il popolo della capitale sullo sfondo. Luca invece parla di una mangiatoia e di pastori che vegliano nella campagna.

2. La tradizione del presepio ha contribuito a rendere i due racconti tanto simili da far perdere a ciascuno di essi il proprio significato. I pastori e i magi sono accomunati in gesti perfettamente uguali: camminano per monti e per valli, arrivano alla grotta illuminata dal fuoco e dalla stella, si prostrano infine nel gesto dell'adorazione e del dono. La pagina di Matteo è diventata una pagina lucana. Erode è scomparso. Al contrario, la grotta di Luca diventa la meta e lo spazio anche dell'adorazione dei magi, pur essendo del tutto assente dal vangelo di Matteo, che parla invece di una casa. I magi sono così integrati nel quadro dei buoni sentimenti natalizi. Il "vangelo" e il canto degli angeli (cf Lc 2,10) arriva agli umili e ai rappresentanti di tutti i popoli.

Tuttavia, sia la pagina di Luca sia quella di Matteo vanno oltre una simile riduzione.

3. La pagina di Luca è meno pastorale-romantica di quello che le nostre sceneggiature fanno pensare. Anche in Luca c'è un re sullo sfondo: si tratta di Cesare Augusto, portatore della pax romana, una pace tuttavia che ha il suo costo nelle guerre che la precedono e nelle tasse che la seguono. Per pagarle, anche Giuseppe e Maria devono registrarsi nel censimento. Anche le loro tasse hanno reso possibile ad uno storico dire che Augusto trovò Roma fatta di mattoni e la lasciò di marmo. Il salvatore che nasce porta però una pace che supera quella dell'occupante romano, e gli angeli la annunciano agli esclusi, ai più malfamati e disprezzati nella società di allora, ai pastori appunto. Essi anticipano tutti quei personaggi che nel resto del vangelo confermeranno le parole del canto di Maria: "ha rovesciato i potenti dai troni,  ha innalzato gli umili" (Lc 1,52-53).

4. Alla pagina di Matteo dedichiamo una maggiore attenzione. Essa è come una chiave per comprendere meglio tutto il vangelo di Matteo (che leggeremo quest'anno). 

Tralasciamo ciò che è ripetuto ad ogni festa della "epifania", che cioè il racconto dei magi rappresenta la "manifestazione" del vangelo a tutti i popoli. È vero, ma non è tutto, e non è l’aspetto testualmente più pertinente di questa pagina introduttiva del vangelo “ebraico” di Matteo. Come già quella dei pastori, essa è più drammatica e provocatoria di quanto lo scenario idilliaco del presepe natalizio lasci pensare.

5. "Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode" (Mt 2,1). Così Matteo comincia il racconto dei magi, dopo aver presentato Gesù come "figlio del re Davide" nella genalogia  iniziale (1,2-17). Al tempo di un re, nasce un altro re. Niente di tranquillo all'orizzonte, soprattutto se una sorta di ambasciata viene dall'estero a cercare il nuovo re. Se poi il primo re è Erode...

Già, Erode. I lettori cristiani di oggi conoscono forse soltanto una caricatura di questo personaggio, certo crudele, ma la cui crudeltà non esaurisce il ritratto di un personaggio che ha abbinato al suo nome il titolo di "il grande" . È un peccato che i pellegrini in Terra Santa, soprattutto cattolici, siano portati da una chiesa all'altra, ripetendo le stesse pratiche religiose che fanno qui, senza davvero "vedere" che cosa resta del tempo di Gesù. Ad esempio, di Nazaret vedono una basilica dal sapore coloniale che aumenta la voglia di rivalsa degli arabi, che infatti vi vogliono contrapporre una moschea più alta, mentre nessuna delle guide religiose porta l'ignaro pellegrino a vedere i resti della vicina città di Sefforis, alla cui ricchezza e splendore qualcuno  ipotizza che abbia contribuito anche il lavoro di due carpentieri, di nome Giuseppe e  Gesù. Se i pellegrini cattolici vedessero Sefforis, come anche Samaria o Cesarea sulla costa, e di Tiberiade vedessero qualcosa di più del lago e della porta dell'albergo che li ospita, forse si renderebbero più facilmente conto della posta in gioco lanciata da Matteo con la sua laconica frase iniziale, degna di Tacito: "Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode".

Con i suoi rapporti spregiudicati con Roma e con Augusto in particolare, Erode si era guadagnato un posto di preminenza rispetto agli altri capi locali. Egli era nominato sulle monete e sulle iscrizioni come "re", "amico di Cesare", "amico e alleato di Roma". Matteo dunque pone l'episodio dei magi su uno sfondo di tipo politico, in cui fin dall'inizio il "re dei Giudei che è nato"  sfida il rinomato e temuto re e padrone del posto.

6. In questo particolare contesto, i magi non sono tanto degli astrologi, quanto personaggi politici. Le "ambascerie" erano ben conosciute fra le istituzioni dell'impero, e gli stessi Ebrei ne fecero uso frequente verso i Romani (cf 2 Mac 4,11; Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche  15, 354; 17,355; Guerra Giudaica 18,88);  Tacito,  Annali 6,32; Lamentazioni  Rabbah 1,5.31). Per il tempo più o meno in cui il vangelo di Matteo veniva formandosi, Plinio (Storia naturale 30,5.16-17) racconta una ambasciata presso l'imperatore Nerone di tre figli di altrettanti capi dei popoli Parti. Questi tre figli sono da Plinio chiamati "magi". Essi vennero con un re armeno, Tiridate, ad "adorare" l'imperatore (stesso verbo greco proskyneô usato da Matteo). Curiosamente, anche di questi ambasciatori un altro autore, Dione Cassio (63,1-7) racconta che fecero ritorno al loro paese "per un'altra via" (cf anche Svetonio, Nerone 13).

Il racconto dei magi si inserisce del tutto naturalmente in questa tradizione di "ambasciate". Perciò, la tradizione popolare non sbaglia quando dà ad essi il titolo di "re", certo non presente nel testo matteano, ma senza dubbio corrispondente all’isotopia “regale” di tutta la pagina.

Che nella tradizione esegetica e soprattutto omiletica i magi siano ormai esclusivamente compresi come "astrologi" e "sapienti" dipende dalla presenza della stella vista "nel suo sorgere". Tuttavia, anche questo particolare situa la pagina nella tradizione delle "ambascerie" regali, poiché l'apparire di una stella era il motivo tradizionale usato per descrivere l'apparire di un nuovo re, sia nella Bibbia (cf Nm 24,17) sia nel mondo orientale e greco-romano. Tacito, ad esempio, riporta l'opinione popolare secondo cui una cometa segnala un cambio di imperatore (cf Annali 14,22: Inter quae sidus cometes effulsit, de quo vulgi opinio est, tamquam mutationem regis portendat).

7. Una presa di distanza dal regno di Erode appare dal fatto che l’ambasceria si reca sì da Erode ma cerca un re diverso da lui. Matteo racconta la storia così da far intravedere un regno che porti libertà e non oppressione.

Guardando verso il passato, il comando di uccidere i bambini sotto i due anni ricorda il decreto del Faraone di far morire i bambini  degli ebrei, e la fuga in Egitto ricorda l'esilio e il ritorno del popolo da quel paese.

Guardando verso il futuro, altri dettagli anticipano il dramma tipico del vangelo di Matteo, la contrapposizione tra i due "regni", il regno di Dio e il regno di questo mondo. Tra questi due "regni", il vangelo propone una scelta. Erode e i magi sono in questo momento le figure rappresentative delle due scelte opposte. Mentre i magi "adorano", Erode reagisce con paura e avversione, fino a cercare la morte di Gesù, che egli, come Pilato nel seguito, considera un eventuale concorrente. Non è un caso che la qualifica di Gesù come "re dei giudei" appare solo qui, nel racconto dei magi, e poi nella passione (cf 27,11; 27,29; 29,37).

Ma le reazioni di Erode anticipano anche quelle dei futuri avversari di Gesù, sommi sacerdoti, scribi e farisei. Come Erode, essi hanno paura (2,3 e 21,46); cercano il modo di far morire Gesù (2,7 e 12,14); sono sospettosi di inganni rivolti contro di loro (2,16 e 27,62-64). Una "coalizione" simile a quella tra Erode con i "sommi sacerdoti e scribi" riappare al momento della passione (27,57.62).

8. Erode all'inzio, Pilato alla fine. La contrapposizione tra i due regni che racchiude la storia di Gesù è la medesima contrapposizione che sta sperimentando la comunità ebraico-cristiana in cui nasce il vangelo di Matteo. La comunità dei credenti (in massima parte ebrei) sta sperimentando una forte opposizione da parte dei rappresentanti del potere politico e  soprattutto da parte dei rappresentanti ufficiali dello stesso mondo ebraico. Il vangelo di Matteo presenta Gesù come esempio della risposta che la comunità stessa deve dare. Gesù offre una comprensione fedele ma anche alternativa della Legge (cf 11,25-28), conosce i leaders politici  ma dà di se stesso l'immagine del Figlio dell’uomo venuto per servire (cf 20,24-28).

9. I “ritiri” di Gesù.  L’alternativa di Gesù  non si afferma però sullo stesso piano e con le medesime armi di Erode e di Pilato. Come "si ritira" (2,13) in Egitto di fronte a Erode che lo "cerca per ucciderlo", così Gesù "si ritirerà" (12,15) di fronte ai suoi avversari che tengono consiglio "per toglierlo di mezzo". La "fuga in Egitto" viene quindi ad essere la prima occorrenza dei successivi "ritiri" di Gesù, sempre in momenti quanto mai significativi.  Gesù "si ritira" ancora in 2,22 di fronte al pericolo di Archelao , poi in 4,12 e in 14,13 quando viene a sapere dell'arresto di Giovanni di Battista e della sua morte. Infine Gesù "si ritira" verso Tiro e Sidone in 15,21, dopo il decisivo scontro con i suoi avversari, scribi e farisei venuti apposta da Gerusalemme per contestargli il suo insegnamento deviante e contendergli il gruppo dei discepoli che si sta formando attorno a lui. (NB. Nonostante i termini diversi usati nelle traduzioni correnti, in greco abbiamo sempre gli stessi verbi per le stesse azioni: apollumi per “uccidere” o “togliere di mezzo”, anachoreô per "ritirarsi" e "allontanarsi")

Un tale "ritiro" caratterizza la figura di Gesù come "re mite" (21,5) nel vangelo di Matteo. Ed è una caratteristica tanto importante per il vangelo da essere spiegata con la citazione di Is 42,1-4, la più lunga di tutto il vangelo, in 12,18-21: Gesù è  il "servo" che non "contende... non grida inpiazza..., non spegne il lucignolo fumigante, "finché abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le genti" (cf i nomi di Gesù in 2,18-24). Una volta compreso il senso dei suoi "ritiri", Gesù stesso, nel momento dell'arresto, spiegherà ai suoi discepoli perché non è più il momento di "ritirarsi", ma di affrontare la passione "per la salvezza di molti" (27,52-54; cf 26,28; 1,21).

9. Da scandalo a profezia. A questo punto, l'episodio dei bambini di Betlemme uccisi puo forse cessare di essere una difficoltà storica (è inverosimile, non se ne ha altra notizia) e teologica (per colpa di Gesù muoiono degli innocenti), per apparire come anticipo della testimonianza dei discepoli che fanno la scelta dei magi e non quella di Erode: "Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà" (16,25). 

 

Antonio Pinna

 

3) Riflessioni libere sulla clonazione delle cellule staminali

Qualche giorno fa è stata effettuata con successo la clonazione di un embrione umano. La notizia è talmente importante che per un paio di giorni è stata premessa dai telegiornali e dai quotidiani persino alle notizie provenienti dal conflitto afgano. Per la prima volta nella storia della biogenetica, l'embrione sarebbe stato ricreato in laboratorio, attraverso una particolare applicazione delle tecniche di clonazione alle cellule staminali. L'impresa, unica nel suo genere, è stata annunciata dalla compagnia Usa per la ricerca genetica Advanced Cell Technology Inc. di Worchester, nel Massachusetts.

Il fatto ha generato un notevole sconcerto, non solo a livello di opinione pubblica, di non “addetti ai lavori”, ma anche tra  medici, scienziati e politici, cioè tra quelle persone che dovrebbero regolamentare le scelte e lo sviluppo e le applicazioni della ricerca scientifica, in particolare quella da applicare all’essere umano.

Ma casa hanno fatto  esattamente?

Il procedimento utilizzato è stato descritto come clonazione classica. Cioè ci si è serviti di un ovulo umano e di una cellula dell'epidermide ricavata da un uomo adulto: il Dna originario dell'ovulo è stato eliminato, e al suo posto è stato impiantato quello estratto dal nucleo della cellula adulta. Ricorrendo a tecniche di coltura, l'ovulo modificato si è così sviluppato come se fosse stato fecondato da uno spermatozoo.

Tutto l’esperimento è stato fermato quando la cellula così ottenuta, per la sua naturale capacità, ha iniziato a moltiplicarsi, ha iniziato a crescere.  Si tratta del medesimo sistema già usato per clonare pecore, bovini o scimmie.

Ora questo embrione umano è crioconservato o, per dirla in maniera più familiare è stato congelato, secondo tecniche ormai ben collaudate, e conservato in attesa di decidere cosa farne.

Perché lo hanno fatto?

La stessa Advanced Cell Technology ha precisato che l’obiettivo non era, né è, la creazione vera e propria di un essere umano completo, bensì, più semplicemente, il dotarsi di embrioni da usare per ricavarne cellule staminali, da impiegare nella cura delle malattie. Queste così dette “cellule staminali“, sono delle cellule particolari che si possono trovare in quasi tutti i tessuti umani. Queste una volta prelevate e messe in particolari sostanze di coltura, inizierebbero a moltiplicarsi per  ottenere in pochi giorni la sufficiente e specifica parte di corpo (pelle, sangue, ossa…) da  trapiantare nel corpo di un paziente. Come possiamo capire è un procedimento rivoluzionario e di enorme importanza per il genere umano.

Ma, c’è un grosso “ma” che fa discutere: le cellule staminali migliori, quelle più sicure sono quelle provenienti dagli embrioni e gli embrioni, non solo per noi cattolici ma anche secondo un notevole numero di scienziati ed addetti ai lavori, sono "esseri umani", alcuni dicono anche "persone umane", nella loro fase iniziale.

È giusto fabbricare esseri umani per usarli come pezzi di ricambio, sia pure di altre persone? La risposta è ovvia. È aberrante solo pensarlo.  Ma chi promuove e realizza un simile progresso scientifico, si giustifica affermando che questi esseri viventi non sono ancora "esseri umani" e tanto meno "persone umane". Lo fanno in base ad una serie di parametri che li porta a collocare l’inizio dell’esistenza umana almeno quattordici giorni dopo il concepimento.

Il problema è serio e molto complesso. Ci sono in gioco la possibilità di risolvere  in una maniera nuova tanto problemi di carattere estetico quanto serie e drammatiche malattie, così come c’è in gioco lo sfruttamento miliardario del possibile brevetto della clonazione. Chi ha pubblicato questo lavoro è   la  Advanced Cell Technolgy , una società di diritto privato, finanziata da privati, e perciò libera di agire come crede. Secondo le leggi federali degli Stati Uniti in materia, utilizzare denaro pubblico per la clonazione di esseri umani è proibito.

Sicuramente è  una pietra miliare nella clonazione teraupeutica, ma da profano posso chiedermi se alla base di ciò stia soltanto il desiderio di curare i malati o se non ci stia anche quello meno nobile e non confessabile di fare soldi dai malati. Ma veramente il progresso scientifico è al di sopra della morale per cui è lecito  tutto ciò che tecnicamente possibile?

E’ di questi giorni la notizia che il ministero della sanità italiana vuole stanziare venti miliardi di lire nella ricerca delle cellule staminali ricavate da altre parti del corpo umano, quali il cordone ombelicale o il midollo, che pure offrono grandi possibilità di successo. Forse la cifra non è gran che, ma penso che sia una strada più corretta e rispettosa della dignità umana della quale ognuno di noi è portatore fin dal suo concepimento, a prescindere dal modo con cui siamo concepiti. 

Pino Atzori
Docente di MOrale presso l'ISR di Oristano

(articolo seguente sul n. 6 del 2002, p. 10)