Pubblicato su Vita Nostra 25 Novembre 2001
Termini. Come tradurre il termine greco parousia? In italiano, sovente si usa il termine “ritorno”, poiché si sa che la parola fa riferimento alla “seconda venuta del Signore”. Per questa espressione, non presente nella Bibbia, i testi del Nuovo Testamento e i Padri usano molti modi di dire, di cui quattro possono essere considerati più tecnici : parousia, epiphaneia, apokalupsis e “giorno del Signore” in diverse varianti.
1) Il termine parousia significa anzitutto
“presenza” (cf 2Cor 10,10; Fil 2,12), più specificamente può significare
“presenza dopo un’assenza”, “arrivo’’, ma il senso di “ritorno”
viene dato solo dal contesto (cf 1Cor 16,17; 2Cor 7,6.7; Fil 1,26). Ad es.,
Ignazio di Antiochia (Fil 9,2), e Giustino (Trifone 14) usano il termine parousia
per indicare l’Incarnazione. Alla “seconda venuta” il termine si riferisce in 1 Cor
15:23; 1 Ts 2:19; 3:13; 4:15; 5:23; 2 Ts 2:1,8; Gc 5:7,8; 2 Pt 1:16; 3:4,12; 1
Gv 2:28, in tutto 13 occorrenze nelle lettere, oltre a 2 Ts 2,9 dove si
riferisce alla venuta dell’anticristo.
Nei
vangeli il termine ricorre quattro volte, e solo in Matteo (Mt
24,3.17.37.39).
Nell’uso ellenistico, il termine era usato per indicare l’arrivo di un governatore, o rappresentante del re, nel territorio a lui destinato, e in una iscrizione del III sec. Viene applicata a una manifestazione del dio Esculapio. Da ciò appare che i cristiani di lingua greca hanno adottato un termine già esistente, ma che hanno trovato opportuno per la sua connotazione regale e divina.
2) Il termine epiphaneia, “manifestazione” era anch’esso usato nel mondo ellenistico per la cerimonia della “parusia”. Si riferisce all’Incarnazione in 2 Tm 1,10, e alla seconda venuta in 2 Ts 2:8; 1 Tm 6:14; 2 Tm 4:1,8; Tt 2:13. Include l’idea di una manifestazione nello “splendore”, in dignità regale o divina.
3) Il termine apokalupsis “rivelazione” indica
la seconda venuta in 1 Cor 1:7; 2 Ts 1:7; 1
Pt 1:7,13; 4:13. Al presente, Gesù appartiene al mondo dell’invisibile, è
possibile negare la sua esistenza e la sua salvezza. Al suo ritorno, invece, la
sua realtà sarà chiara per tutti (Mt 24,30).
4) L’espressione
“Giorno del Signore”, con varie modifiche (“giorno d’ira”, “ultimo
giorno”, “giorno”
semplicemente), viene usata sia per
Gesù (in 1 Cor 1:8; 5:5; 2 Cor 1:14; Fil 1:6,10; 2:16; 1 Ts 5:2; 2 Ts 2:2) sia
per Dio Padre, in senso propriamente veterotestamentario (At 2:20; 2 Pt 3:12; Ap
1:6-14, e forse in 2 Pt 3:10).
In più, fra i modi di dire meno tecnici è da tener in conto l’uso del verbo erchomai “venire”: Gesù è “colui che viene” o il “veniente”, in riferimento sia all’Incarnazione (Mt 21,9; Lc 7,19s), sia alla “seconda venuta” (2 Ts 2,10; Ap 1,7; 22,7); l’uso del verbo phaneróô al passivo, “essere rivelato, manifestato” (Col 3,4; 1 Pt 5,4) o del termine palingenesía “nuova nascita” (Mt 19,28). Troviamo anche modi di dire più allusivi: “attendere Gesù come salvatore” (Fil 3,20), “aspettare dai cieli il suo Figlio” (1 Ts 1,9s), “essere riuniti con lui (1 Ts 4,14), “la beata speranza” (Tt 2,13).
Come si vede, questo ricco vocabolario testimonia quanto era importante questo punto di fede per i primi cristiani. L’uso del verbo “venire” in aramaico nella preghiera marana tha, “Signore nostro, vieni” (1Cor 16,22; Ap 22,20) è un ulteriore indice del radicamento di queste convinzioni nelle concezioni giudaiche della Bibbia ebraica e del tempo di Gesù .
Come tradurre questi termini in sardo?
Premessa. In questo momento in cui scrivo, non ho la possibilità di controllare o di confrontare altre proposte o usi. Una premessa mi sembra però opportuna. Non sempre è necessario tradurre un sostantivo con un sostantivo, anzi talvolta è opportuno trasformare un sostantivo in un verbo per togliere la dissimmetria tra struttura di superficie e struttura semantica profonda. Ad esempio, nella frase “Ho sentito la chiamata di Giovanni”, il sostantivo “la chiamata” è solo in superficie una “cosa”, mentre nella struttura semantica profonda corrisponde a un “evento”, all’azione del “chiamare”. Nell’esempio portato, trasformare il sostantivo in un verbo ha anche il vantaggio di disambiguare se è Giovanni ad essere chiamato oppure se è lui stesso la persona che chiama. Le traduzioni possibili, a seconda del contesto, sono quindi due: “Ho sentito che Giovanni veniva chiamato”, oppure “Ho sentito Giovanni chiamare” (cf nel sito www.sufueddu.org la lezione n. 3 della parte linguistica “Struttura semantica del linguaggio”).
È opportuno, quindi, non restringere la ricerca della traduzione a una semplice questione di equivalenza di termine a termine, ma di allargare l’attenzione alle diverse possibilità “corrette, chiare, naturali” disponibili nelle lingue di arrivo, nel nostro caso il sardo.
Proposte. Partiamo dal nostro testo, dove ricorre il termine parousia. Per l’analisi dei termini fatta prima, escludiamo, anche in italiano, il termine “ritorno”, in sardo “torrada”, pur usato da diverse traduzioni, ma sicuramente riduttivo rispetto al termine greco. In attesa di altre proposte, mi sembra possibile usare il termine sardo “presentada”, che mi sembra avere alcune delle connotazioni elencate sopra e che meriterebbero un approfondimento a parte. Al v. 37 avremmo quindi “aici at èssiri sa presentada de su Fillu ‘e s’òmini” oppure trasformando il sostantivo in verbo: “aici at èssiri candu su Fillu ‘e s’òmini s’at a presentai”. Volendo essere anche più chiari, si può ristrutturare la frase: “Candu su Fillu ‘e s’òmini s’at a presentai, at a èssiri comenti fiat a is tempus de Noè”.
Ugualmente al v. 39 potremmo avere: “aici e totu at a èssiri sa presentada de su Fillu ‘e s'òmini” oppure : “aici e totu at èssiri candu su Fillu ‘e s’òmini s’at a presentai”.
Se prendiamo invece il caso di 2Ts 2,8, ci troviamo
di fronte a una bella sfida, poiché vi si trovano insieme tre dei termini
esaminati: apokalupsis, epiphaneia e parousia. Una
traduzione molto formale potrebbe limitarsi a dire: “Allora si manifesterà (apokaluphthesetai)
l’iniquo, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca e
annienterà con la manifestazione (epiphaneia)
della sua parusia” (NVB delle Paoline). A parte il fatto
che non sembra corretto tradurre con una unica radice “manifestare –
manifestazione” i due termini
greci apokalupsis e epiphaneia,
diversamente connotati, dovremmo anche tener conto che in sardo usare
“manifestatzioni” sa di cultismo e di italianismo. Come dunque tradurre i
due termini in sequenza? Si potrebbe pensare da una parte a valorizzare le
connotazioni di “gloria, splendore”, proprie del termine greco
“epifania” rispetto a quello di “parusia”, e dall’altra alla
trasformazione del sostantivo in verbo, e così tradurre:
“Tandus at a
bessiri a craru su chi est sentza ‘e lei, e su Sennori Gesus ndi dd’at pigai
de mesu cun sa forza de su fueddu suu, e dd’at a torrai a nudda, candu issu e
totu s’at a presentai in sa gloria,”.
Un’ultima osservazione. Tenendo conto della connotazione rituale e solenne che caratterizza il termine sardo “presentada”, si potrebbe anche mantenere il sostantivo all’interno di una espressione verbale, “fai sa presentada”, anche questa nota in sardo. La parte finale della frase suonerebbe allora così: “candu issu e totu at a fai sa presentada sua in sa gloria”.